Storia di Leo

Oggi vi voglio raccontare la storia di Leo e dei suoi genitori, devo dire che come sempre mi sento in imbarazzo ad entrare nel privato e spero di riuscire anche questa volta a trasmettervi le emozioni che ho provato leggendo la loro storia, tanto simile alla nostra, forse perché anche Ale è disgrafico come Leo.

La famiglia di Leo è composta da mamma Chiara, papà Gabriele e Alessia la sorella maggiore.

Leo frequenta le elementari e, come ci racconta la mamma, già all’età di due anni riconosceva i numeri, prima dell’entrata nella scuola primaria operava tranquillamente a mente oltre il 100,

 

a quattro anni giocava a Minecraft ma visto la sua propensione ad interessarsi, giustamente aggiungerei io, solo ad argomenti che lo appassionavano ha iniziato a leggere e scrivere solo con l’entrata nel mondo della scuola; un’amica di famiglia con un figlio APC, aveva indicato ai genitori di Leo la possibilità che fosse plusdotato, devo dire che noi mamme di apc abbiamo l’occhio fino

Subito Leo ha iniziato a riscontrare alcune difficoltà soprattutto nella scrittura e soffriva di ansia da prestazione, i genitori allora hanno pensato di affidarsi in un primo momento ad una grafologa, senza però riuscire ad ottenere dei risultati e poi successivamente ad una psicomotricista e ad una psicologa che lo stanno seguendo ancora oggi, ed è proprio durante l’iter per la certificazione della disgrafia che è stata scoperta la plusdotazione

Leo è un grandissimo appassionato di informatica , adora Minecraft, Scrach ,ma soprattutto Scrap

Purtroppo però ha sempre avuto problemi di socializzazione, non ha mai sviluppato forti relazioni con i pari, perché hanno interessi troppo diversi, non vuole invitare i compagni di classe a casa e preferisce ancora oggi relazionarsi con gli adulti e con ragazzi più grandi, meglio se femmine, fortunatamente non è mai stato vittima di bullismo anche se la mamma non nasconde la sua preoccupazione e chi meglio di me la può capire

Ma parliamo del rapporto con la scuole e gli insegnanti; per ora Leo e la sua famiglia hanno incontrato insegnanti disponibili e accoglienti, che cercano di accogliere i suoi bisogni e si prestano ad incontrare gli specialisti, soprattutto per quando riguarda la sfera emotiva e la disgrafia, un discorso diverso invece viene fatto per la plusdotazione dove anche qui incontriamo insegnanti che non sanno praticamente nulla a riguardo e aggiungerei purtroppo, per ora lui è tranquillo perché dovendo usare il pc a scuola per lui questo basta ma io mi domando fino a quando?

Una parola che Leo nomina spesso quando si parla di scuola è “ noia”  a parte quando assiste alle lezioni di inglese e di informatica, a me viene da sorridere, quante volte sia io che voi genitori di ragazzini apc abbiamo sentito questa parola? Non so voi ma io ormai ho perso il conto;

Leo ha passato i primi due anni di scuola in maniera molto difficoltosa, adesso sembra che inizi a digerirla anche se fargli fare i compiti è sempre una guerra, ore ed ore di contrattazione per fare pochi compiti con sempre la stessa frase ripetuta :” ma se lo so già fare perché lo devo rifare?”

Leo vive situazioni di esclusione e di rifiuto, è piccolo per la sua età, non ama i giochi di movimento e essendo disgrafico ha problemi di coordinazione così si auto emargina durante l’intervallo perché non ama giocare con i pari, e durante l’ora di ginnastica sappiamo come funziona, chi è poco coordinato viene scelto per ultimo, incolpato per una partita persa ed emotivamente non è facile gestire questi rifiuti, l’autostima ne risente parecchio purtroppo e mamma Chiara cerca di aiutarlo come può, rinforzi positivi a go go e tanta tanta pazienza

La psicologa è intervenuta nella vita di Leo per aiutarlo a gestire la rabbia perché lui non riesce ad esternarla, ingoia tutto, trattiene e poi sfoga in crisi di pianto incontrollabili

Per ora la sua fame di sapere è catturata totalmente dall’informatica, purtroppo mamma Chiara non è sul pezzo, ma in casa abbiamo papà Gabriele che lavora proprio in quel settore e risponde più che volentieri alle sue domande anche se non l’ha mai stimolato anche perché è fuori casa dalla mattina alla sera, ma nota un istinto per la programmazione veramente incredibile; Chiara invece ammette candidamente che a volte lo ascolta per ore e ore mentre parla delle sua passioni ma non capisce praticamente nulla di quello che lui le vuole spiegare.

Leo essendo disgrafico e avendo problemi con la coordinazione della motricità fine ancora oggi fatica a vestirsi, non sa allacciarsi le scarpe; inoltre ricordiamoci che grazie alla plusdotazione ha sempre la testa tra le nuvole, ha una concezione del tempo tutta sua e i genitori invano cercano di fargli usare l’orologio ma fino ad oggi non hanno ancora vinto questa piccola battaglia, è estremamente testardo e per ogni minima cosa si devono fare estenuanti contrattazioni, Gabriele ammette la sua fatica nel gestire questi momenti e ammette che nei momenti di sconforto si appoggia a Chiara per gestire la situazione

Come tutti noi genitori anche Chiara e Gabriele hanno paura che fatichi nella scuola e nel lavoro, che fatichi a gestire emotivamente le situazioni, che venga emarginato e che rimanga solo, che le sue potenzialità siamo tarpare da una scuola fatta per mediocri, che ogni anno abbassa le sue aspettative, Gabriele aggiunge che mentre per i DSA qualcosa si fa, purtroppo non si può dire lo stesso per la plusdotazione, lui pensa che solo una piccola percentuale degli insegnanti conosca il termine, e di questi un altrettanto piccola percentuale sa cosa fare e purtroppo allo stato attuale delle cose il tutto è affidato alla sensibilità del singolo

Chiara oltre ad essere mamma di Leo è anche un’insegnante e non potevo non chiederle come lei vede questa tematica stando dall’altra parte della barricata, vi riporto la sua risposta che mi è piaciuta molto:

non mi vergogno a dire che, pur considerandomi un’insegnante aperta e attenta alle problematiche che ruotano intorno alla scuola, non avevo MAI sentito parlare di plusdotazione prima di dovermene interessare a livello personale.

Il mio modo di insegnare non è sostanzialmente cambiato, ma l’occhio con cui guardo i ragazzi è sicuramente diverso.

Giusto ieri ho avuto un colloquio con i genitori di un mio alunno che conosco solo da settembre, ma che mostrava chiari segni di plusdotazione (di cui ovviamente nessuno dei colleghi, alcuni dei quali lo hanno in classe da tre anni, si era minimamente accorto).

Quando ho esposto loro i miei dubbi, si sono mostrati molto sorpresi e, dopo un attimo di imbarazzo, mi hanno confidato che è vero: il ragazzo è già stato valutato ed è seguito da un’associazione, ma hanno deciso di non rendere nota la cosa.

Questo mi ha fatto riflettere. E’ molto triste il fatto che le famiglie non si sentano “al sicuro” e preferiscano tacere, ma non so che torto dare loro: la scuola superiore (insegno italiano in un liceo scientifico) è attualmente assolutamente impreparata a gestire la plusdotazione. Soprattutto quando si tratta di scuole di provincia, lontane dai grandi centri. L’impreparazione non deriva da mancanza di volontà ma da vera e propria ignoranza: non si conosce l’argomento, nemmeno in maniera superficiale. E qui direi che le direzioni di intervento sarebbero due: una normativa che obblighi la scuola a farsi carico del problema e corsi di aggiornamento obbligatori che formino i docenti. Con i DSA il percorso è intrapreso ormai da diversi anni, e i risultati ci sono!

Detto questo, penso però sia più urgente partire dalla scuola primaria, perché una diagnosi e un intervento precoce sono sicuramente più efficaci ed evitano ai nostri figli anni di inutili sofferenze. Porto ancora la mia esperienza con i DSA: quando 15 anni fa individuavamo i primi dislessici alle superiori, la situazione era molto compromessa, il vissuto negativo, l’abitudine all’uso degli strumenti compensativi inesistente. Adesso che fin dai primi anni delle elementari sono seguiti il percorso resta in salita, ma arrivano da noi più consapevoli del loro essere, dei loro punti deboli ma anche delle loro risorse. Questo è fondamentale!

Devo dire che è sempre bello leggere il punto di vista di un’insegnante che attraverso il proprio figlio ha scoperto questa nuova realtà ma che è estremamente concreta e sincera nel valutare il suo operato.

 

 

 

 

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