Storia di Alessia, un’adulta plusdotata

E’ un piacere e un onore essere riuscita ad intervistare Alessia una ragazza plusdotata di 24 anni,

l’ho conosciuta tramite i social e seguo il suo percorso da parecchio tempo.

Alessia, per tutti noi genitori di bambini plusdotati sei un punto di riferimento, mi puoi dire quando i tuoi genitori si sono accorti della tua plusdotazione?

I primi segnali arrivarono molto presto, dopo due settimane di vita.

Durante una delle prime visite con il pediatra, dopo aver afferrato con entrambe le manine le dita di quest’ultimo, mi sollevai mettendomi seduta nella culla.

Il pediatra (mi hanno raccontato i miei) rimase realmente sorpreso e disse che non aveva mai visto nulla di simile e che dovevo essere una bambina dotata di una grande intelligenza. Il mio sviluppo psico-motorio ha mantenuto questo andamento,

dunque per i miei è stato molto facile accorgersi che c’era qualcosa fuori dalla norma (statisticamente parlando).

Prima di cominciare la scuola elementare già leggevo, scrivevo, facevo di conto, conoscevo praticamente tutta la mitologia greca e latina a memoria con annessa la genealogia di tutte le divinità,

conoscevo anche praticamente a memoria ogni libro della bibbia e avevo divorato già diversi volumi di “esplorando il corpo umano”,

conoscevo il sistema solare e avevo conoscenze rudimentali del suo funzionamento.

Mi ricordo che una volta chiesi a mio padre di spiegarmi cosa fosse la teoria della relatività (che avevo sentito nominare in TV) e lui mi rispose (probabilmente sfinito dalle mie 10000 domande al minuto)

“Prendi l’enciclopedia e cercatela”… e così feci. Poi tornai da lui che si sorbì un buon quarto d’ora della mia spiegazione di E=MC^2.

PS: Colgo l’occasione per precisare che ci sono bambini ad alto potenziale cognitivo (APC) che non bruciano le tappe dello sviluppo motorio,

anzi esso può risultare nella norma (o anche più lento) quindi non è uno dei migliori indizi per rilevare l’alto potenziale cognitivo.

Sfortunatamente non lo è neanche il precoce apprendimento della letto-scrittura che può verificarsi anche in bambini con intelligenza nella norma.

Ci sono anche bambini APC che hanno imparato a leggere in prima elementare.

Com’è stata la tua infanzia?

Globalmente direi… Stupenda, spensierata, felice!

Anche se l’asilo è stata una vera tortura (non avevo legato molto con gli altri bambini, odiavo gli esercizi di pre-scrittura),

gli anni delle elementari li ricordo come gli anni più sereni e gioiosi della mia vita.

Fortunatamente non tutte le persone ad Alto Potenziale Cognitivo hanno un’infanzia travagliata o difficoltà nella socializzazione, come vuole uno dei classici stereotipi.

Avevo tantissimi amici e avevo creato una “banda”, la “banda degli Intoccabili” (ispirata dall’omonimo film) che raggiunse il numero di 50 bambini. Avevamo un’organizzazione interna incredibile,

con sottogruppi che offrivano svariate attività (club dei medioevali, di magia, danza e canto etc.), e ogni anno preparavamo in autonomia una recita per genitori e insegnanti da fare alla fine dell’anno scolastico: era bellissimo collaborare tutti insieme!

Inoltre, possedevamo un sito web, una nostra moneta, un nostro alfabeto, un nostro corso per la patente con successivo rilascio della patente di guida per “tirare” il carretto di carnevale (sempre allestito da noi).

Avevamo anche una gerarchia interna di “potere” con possibilità di “fare carriera”.

Ogni mio compagno di classe faceva parte di questa banda e nessuno era escluso… e facevo veramente del mio meglio per includere ognuno nelle varie attività e feste.

Ecco, la mia infanzia si è interamente svolta vedendo come centrale la gestione di questa “banda”.

La cosa fantastica è che ancora adesso, a distanza di tanti anni, io e i miei compagni delle elementari abbiamo mantenuto il legame di amicizia e con alcuni di loro mi vedo ancora con una certa regolarità.

Visto che sei nata nel 1993, come hanno reagito i tuoi insegnati davanti alle tue caratteristiche, visto che oggi nel 2017 siamo ancora in alto mare?

Sono stata estremamente fortunata.

Fin dalla prima elementare ho avuto insegnanti che mi hanno considerata come una risorsa e hanno fatto il possibile per farmi crescere come persona e valorizzarmi.

All’inizio… proprio i primi giorni delle elementari, certo l’impatto è stato un po’ strano:

Maestra: “bambini chi sa dirmi quanto fa’ se metto insieme 2 mele più 2 mele”

Io: “radice quadrata di 16”

In quell’occasione la maestra mi disse molto gentilmente di cercare di non confondere i compagni… ma superati i primi giorni di reciproca conoscenza ognuno fece del suo meglio per cercare di tirare fuori il meglio di me.

Inoltre, i miei non hanno mai parlato ai miei insegnanti delle mie particolarità… in effetti sono state le maestre a contattare la preside che contattò i miei che contattarono… che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò…

Scusate. Dicevo, furono le maestre a proporre in 3^ elementare un salto di classe in 1^media o almeno in 5^ elementare.

Tuttavia non feci mai quel salto perché adoravo la mia classe e non potevo di certo lasciare la gestione della mia “banda degli Intoccabili”.

Non mi sono mai pentita di questa scelta.

Ogni insegnante che incontrai nel mio percorso fu propositivo verso di me.

Mi ricordo che in prima elementare leggevo testi di 4^ e che alle medie mi facevano lavorare spesso sui libri del biennio del liceo… certe volte le insegnanti mi proponevano spontaneamente dei compiti differenziati e sul lungo termine,

come ad esempio “scrivi un’opera teatrale per il mese prossimo”. Una volta in 5^ ginnasio (2^anno di superiori) “scappai” dalla classe per recarmi ad una conferenza di fisica aperta solo per gli studenti dell’ultimo anno,

quando rientrai giustamente la professoressa di quell’ora voleva scrivermi una nota sul registro, ma la mia professoressa di fisica, che mi aveva visto alla conferenza, entrò in classe e disse che io avevo il suo permesso e che si era dimenticata di scriverlo sul registro.

Avevo una bella complicità con tutti, studenti e insegnanti.

Nel tuo percorso scolastico hai incontrato degli insegnanti che ti hanno ostacolata, non capita, chiesto di stare al tuo posto?

So che pare assurdo, ma la risposta è no, mai.

Ho avuto insegnanti splendidi a partire dalla prima elementare.

Certo, alcune volte ci sono state delle incomprensioni che però si sono risolte attraverso l’educazione e il dialogo.

Per questo devo in parte ringraziare i miei genitori che mi hanno dato quello che penso essere un importante insegnamento “si può dire qualsiasi cosa con educazione, rispetto e umiltà”.

Anche se sono sempre andata benissimo a scuola, al terzo anno delle superiori (primo liceo classico) ebbi un “giro a vuoto”… e la professoressa di matematica mi disse che in effetti al 6 di media non ci arrivavo.

Parlai con lei e le promisi che avrei recuperato durante l’estate, cosi mi diede una possibilità e mi fissò un compito in classe la prima settimana dell’anno scolastico successivo, senza darmi il debito.

Ovviamente recuperai tutto, lavorando sodo e impegnandomi duramente per tutta l’estate.

A proposito di matematica, come molti APC mi capitava di saltare i passaggi.

Questo era ben accettato da una professoressa e mal accettato da quella che venne dopo di lei, che ribadiva l’importanza di esplicitare in modo ordinato ogni singolo passaggio.

Sono grata a questa seconda professoressa, che mi ha insegnato l’importanza del pensiero sequenziale, fondamentale nella ricerca scientifica (mio attuale dominio).

Come la maggioranza dei bambini e ragazzi, ho anche io avuto qualche piccolo attrito con gli insegnanti, sono stata mandata fuori dalla porta, ho preso note sul diario…

ma ogni volta, all’inizio soprattutto grazie all’aiuto dei miei genitori e ai consigli dei miei nonni, queste “note negative” le prendevo come occasione di riflessione e crescita personale,

cercando dunque sempre di capire se c’era qualcosa che potevo migliorare del mio comportamento.

Come hai gestito i momenti di noia? Quali erano i tuoi hobbies?

Alle elementari non avevo grandi momenti di noia, mi occupavo dell’organizzazione delle attività della “banda degli intoccabili”,

a scuola avevo spesso lavori extra da fare e spesso, quando avevo finito, aiutavo gli altri che erano rimasti un po’ più indietro.

Inoltre, per poter chiacchierare e scambiare informazioni con gli altri compagni della classe, avevo ideato un sistema di carrucole con coppie di fili trasparenti che passavano sotto le sedie e “coprivano” tutta la classe.

In questo modo ognuno poteva scrivere un bigliettino e appoggiarlo (piegato) sul filo in alto, poi, tirando il filo in basso poteva far muovere il biglietto fino al destinatario.

Il rudimentale macchinario funzionò fino al giorno in cui la maestra non ci inciampò sopra e fummo costretti a rimuovere tutto.

Alle medie anche avevo svariati compiti extra quindi normalmente non restavo senza fare nulla, inoltre spesso venivo chiamata dal professore d’informatica di un’altra classe per dargli una mano con le lezioni, più di qualche volta mi sono ritrovata a fare lezione agli studenti più giovani.

Al liceo la situazione cambiò e in effetti la noia si fece più intensa… sono sincera, iniziai a marinare la scuola con una certa frequenza per recarmi in biblioteca a studiare cose più interessanti.

Lessi durante il liceo ogni singolo volume di medicina, di chirurgia e di psicologia della biblioteca della mia città.

Durante le lezioni se mi annoiavo potevo benissimo analizzare le posizioni di scacchi, tanto oramai non avevo bisogno né della scacchiera, né dei pezzi ma mi bastava visualizzarla mentalmente… mi insegnò il mio (ex) ragazzo.

E poi c’era la poesia… le componevo spesso anche durante le lezioni.

I miei più grandi hobbies da ragazzina erano gli scacchi, l’ufologia (unitamente ad un superficiale studio dell’astrofisica) e la medicina (passione che ancora persiste).

Tuttavia nella mia infanzia e adolescenza ho praticato anche svariati sport e attività: musica, pianoforte, danza, pallavolo, basket, calcio, volano, equitazione, sci, corsa campestre,

4 stili diversi di kung fu, windsurf, calcio balilla, Magic (il gioco di strategia di carte), informatica e programmazione, ogni tanto pitturavo un quadro o componevo qualche poesia o racconto (mi piaceva –e mi piace- molto scrivere).

Frequentavo spesso la parrocchia (fino al secondo anno di dopo-cresima), ed ero attivamente coinvolta in svariate attività di volontariato, prima fra tutti la Croce Rossa.

Nonostante tutte le attività vedevo anche più volte a settimana il mio (ex) ragazzo, col quale sono rimasta insieme ben 7 anni e con il quale condividevo un buon numero dei miei interessi, primo fra tutti gli scacchi.

Hai scelto psicologia e hai discusso una tesi sulla plusdotazione, mi puoi dire come mai hai fatto questa scelta?

Da quando avevo 4-5 anni, leggevo e studiavo testi sulla mente umana e sul cervello.

Alle medie lessi i primi “veri” testi di psicologia e al liceo mi studiai autonomamente la terza, la quarta e l’aggiornamento della quarta edizione del “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali”.

La materia mi affascinava (e mi affascina) tantissimo ed inoltre si tratta di qualcosa di recente e dunque c’è ancora molto da scoprire

(sono un’entusiasta giovane ricercatrice, determinatissima a continuare su questa meravigliosa strada, quindi questo è un punto fondamentale per me).

Perché la tesi sulla giftedness (alto potenziale cognitivo)

In primo luogo, molto banalmente, la scelsi per il forte interesse verso la tematica.

Secondariamente perché volevo cogliere l’occasione per fare un po’ di “informazione”.

Dunque scrissi la mia tesi in uno stile abbastanza semplice, così da renderla fruibile anche ai non esperti del settore.

Sfortunatamente, in Italia, il tema dell’alto potenziale cognitivo viene solo accennato nei corsi di laurea triennale di psicologia (e questo nella migliore delle ipotesi).

Proprio per questo credo sia vitale “non lasciarsi sfuggire nessuna occasione” per parlare e fare informazione su questa realtà che riguarda un consistente numero di persone

(in linea teorica il 2,3% della popolazione mondiale, quindi una persona ogni 44).

Dopo la laurea sei scappata all’estero, mi puoi dire dove hai studiato e perché qui in Italia non abbiamo questo corsi?

Da Latina mi sono trasferita in Abruzzo, dove ho studiato scienze psicologiche applicate presso l’Università degli Studi de L’Aquila.

Parallelamente ho effettuato anche un Master di II livello in psicologia giuridica all’Istituto per lo Studio delle Psicoterapie di Roma.

Successivamente sono stata accettata all’Università di Ginevra (Svizzera francese) dove sto terminando la specialistica in Psicologia clinica con orientamento in psicologia affettiva.

Sempre in parallelo, ho ottenuto una certificazione (15 moduli) in Neurologia e Psichiatria presso la Harvard Medical School (Global Academy).

Se tutto va bene, presto inizierò un dottorato di ricerca (incrociate le dita anche voi con me ).

Rispondendo alla seconda domanda, in realtà “psicologia clinica” è un indirizzo comune che si trova anche in Italia, tuttavia l’offerta formativa e la challenge sono molto diverse.

Per quanto riguarda l’indirizzo “psicologia affettiva” la questione cambia poiché è qualcosa di relativamente recente, inoltre a Ginevra c’è uno dei centri di ricerca più importanti di Europa su questo tema.

“Perché qui in Italia non abbiamo questi corsi?” Bella domanda, chiedo “l’aiuto del pubblico”.

Anche se penso di conoscere già la risposta, tornerai in Italia quando avrai finito i tuoi studi?

Sì, molto probabilmente tornerò in Italia quando avrò finito di studiare.

In Italia c’è un bel clima, dell’ottimo cibo e le persone sono globalmente socievoli.

Vi sono inoltre svariate iniziative ricreative e culturali a prezzi accessibili, per non parlare dei paesaggi mozzafiato e del patrimonio artistico e architettonico!

Credo sia il luogo perfetto dove trascorrere gli ultimi anni del mio pensionamento.

A parte gli scherzi, nella vita mai dire mai, ma sicuramente questa non è un’opzione che coinvolge il mio futuro prossimo.

Visto che sei un’adulta plusdotata e non vuoi condividere il tuo Q.I, cosa ne pensi dei genitori che ultimamente vengono intervistati e svelano questo numero ?

Anche se potrà sembrerà incoerente da parte mia, non mi sento di criticare aspramente questi genitori.

In realtà non ritengo che a svelare il proprio QI ci sia qualcosa di male, al contrario parlarne liberamente potrebbe anche contribuire in un certo senso a “liberarci” da una sorta di Taboo.

Il problema è che sfortunatamente una buona percentuale di persone resta vincolata a quelle tre (o due) cifre e quel numero diventa una lente attraverso la quale queste persone “leggono” l’altro.

Questo in effetti può esporre i bambini “dal QI svelato” a tutta una serie di problemi nel loro ambiente

(ad esempio: altissime aspettative da parte delle maestre, soggezione/invidia dei compagni).

Immagino/spero che i genitori che hanno scelto di parlarne hanno ben riflettuto prima di farlo, operando il bilancio costi-benefici della loro scelta.

Da figlia pensi che noi genitori non dovremmo permetterci di superare un determinato confine?

Assolutamente sì.

Tuttavia capire esattamente quali siano questi limiti e dove siano posti è un altro discorso (molto complesso) e dipende da numerosissimi fattori, primo fra tutti il contesto ambientale e culturale.

Credo che, in linea generale, a questo proposito si possa applicare come punto di riferimento uno dei più importanti principi della medicina:

Primum non nocere.

Te la sentiresti di darci alcuni consigli sulla gestione dei bambini plusdotati visto che sei stata al loro posto e hai vissuto e sentito quello che i nostri figli provano ogni giorno?

Con molta umiltà, vorrei provare a dare quello che secondo me potrebbe rivelarsi un buon consiglio: porre limiti e non lasciare che la “plusdotazione” diventi un pozzo delle scuse.

Porre dei limiti vale per quasi qualunque situazione/condizione, ma ciò diviene imperativo quando si ha a che fare con bambini ad alto potenziale cognitivo (APC).

Un bambino APC spesso vive molto intensamente emozioni, pensieri, progetti, giochi, la sua mente corre veloce e l’arborescenza delle sue idee potrebbe apparirgli come “senza limite”

(ricorrente in molti bambini APC è la frase “come posso rallentare i miei pensieri? Come posso smettere di pensare?”).
I limiti e le regole posti dai genitori sono rassicuranti, contengono il bambino e possono dargli dei riferimenti precisi.

Ovviamente questi limiti non devono essere eccessivamente stretti perché è importante andare in contro alle esigenze del bambino.

Ps: alcuni piccoli APC sono dei grandi manipolatori, che tentano di aggirare questi limiti con argomentazioni logiche impeccabili o di “contrattare” condizioni per loro migliori.

Il mio consiglio è dunque di mantenere un atteggiamento elastico e aperto ma con punti fermi (dei limiti appunto) ben precisi. Coraggio!

Ovviamente auguro ad Alessia di realizzare i suoi sogni e di proseguire la sua strada anche se ho un grande rammarico, anche lei, come tantissimi ragazzi di oggi non tornerà in Italia,

stiamo perdendo tantissimi talenti e tantissime giovani menti che hanno voglia di essere ascoltati e valorizzati per i loro potenziali.

 

 

 

 

 

 

 

10 Commenti

  1. Cristina

    Bellissima intervista!! Complimenti ad entrambe

    Risposta
    1. Chiara Gifted (Autore Post)

      Grazie

      Risposta
  2. Marta

    Me la sono letta tutta d’un fiato! Davvero molto interessante il punto di vista di un’adulta plus dotata!

    Risposta
    1. Chiara Gifted (Autore Post)

      Devo dire che ci tenevo molto a questo punto di vista, purtroppo si parla solo di bambini plusdotati e mai di adulti.

      Risposta
  3. Silvia Fanio

    Ho sempre ammirato le persone plusdotate. Conosco una persona che da bambina era onniscente e che ha frequentato la normale di Pisa.
    Non avevo fatto caso alla sua particolarità fino a che non ho scoperto il tuo blog.
    Quanto sono ricche le persone plusdotate. E che fortunata Alessia ad aver trovato persone che l’hanno valorizzata!

    Risposta
    1. Chiara Gifted (Autore Post)

      Ma dai, che bello; si Alessia è stata molto fortunata.

      Risposta
  4. Leo

    Bella storia. Credo dimostri come la cura e l’attenzione dei genitori e di insegnanti/educatori capaci possano favorire lo sviluppo dei talenti e scongiurare evoluzioni negative nello sviluppo di un bambino plusdotato. La limitata diffusione dell’argomento fa sì che la maggior parte delle persone plusdotate “riconosciute” manifesti qualche problema. C’è bisogno anche, o forse sopratutto, di questi esempi di straordinaria normalità.

    Risposta
    1. Chiara Gifted (Autore Post)

      Esatto Leo, hai proprio centrato il punto purtroppo in Italia anche alcune associazioni stanno spaventando i genitori collegando disagi alla plusdotazione ma se avessimo il coraggio di guardare oltre oceano nella letteratura americana ad esempio, visto che già dagli anni 70 sono sul pezzo, vedremmo che la plusdotazione non vuol dire disagio e la maggioranza delle persone ha avuto una crescita senza alcun problema rilevante, come il resto della popolazione, ed è questo il messaggio che cerco di lanciare con il mio blog, apriamo le menti e cerchiamo di uscire da questo circolo vizioso.

      Risposta
  5. Alexandra

    Ciao Alessia,

    Sto’ faccendo un lavoro comparato sulla plusdotazione nell’ambito del mio Master in educazione all’Università di Navarra. sarebbe possibile accedere alla tua tesi come fonte prezionsa di informazione ?
    Grazie mile,

    Alexandra

    Risposta
    1. Chiara Gifted (Autore Post)

      Buongiorno, Alexandra, girerò il suo messaggio ad Alessia, se può inviarmi la sua richiesta anche via mail a questo indirizzo provvedo al recapito: mammaplusdotata@gmail.com

      Risposta

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