Pludotazione, la riforma scolastica può esserci d’aiuto?

Nel mese di agosto il Ministro Fedeli ha annunciato che, per l’A.s. 2018/2019, ci sarà la possibilità per 100 istituti superiori di sperimentare il ciclo di studi in 4 anni piuttosto dei classici 5, come era in uso fino ad oggi.

Così, ho subito pensato se questa proposta poteva essere interessante per i nostri ragazzi e

ho raggiunto per voi al Dott.ssa Anna Maria Roncoroni,

psicologa con dottorato di ricerca sulla giftedness che ha al suo attivo numerosissime partecipazioni a congressi internazionali, membro del General committee dell’European Council for High Ability nonché presidente dell’AISTAP   

per rivolgerle alcune domande sull’argomento.

Dott.ssa Roncoroni cosa ne pensa di questa riforma?

La riforma della scuola superiore in 4 anni, già pensata e voluta dall’ex-ministro Giannini, che però si bloccò ed a cui parteciparono solo 12 classi in Italia, apre uno spiraglio verso una scuola che sia veramente al servizio di tutti.

Ad onor del vero esiste già la possibilità di poter accorciare il percorso di studi, anticipando la maturità alla fine della 4° superiore. Ma era e rimane una scelta complicata in quanto mentre frequenti la 4° devi da solo prepararti per l’esame di maturità.

E’ pur vero che è una scelta riservata agli studenti che hanno la media dell’8 sia in 3°che in 4°ma comunque non è stato un percorso veramente utile ed efficace.

I numeri di cui si parla nel decreto sono esigui (100 classi e non più di una nello stesso istituto) quindi non parlerei di rivoluzione vera e propria ma, più che altro,

di un tentativo di consentire agli studenti che effettivamente hanno una marcia in più di terminare il percorso  scolastico un anno primo, obiettivo in linea con le altre istituzioni europee.

I nostri ragazzi più meritevoli, infatti, sono stati a lungo penalizzati da un percorso scolastico di ben 13 anni di scolarità, arrivando quindi sempre dopo i loro colleghi europei, e non solo,

alla fine della scuola con un anno di ritardo che, con la riforma dell’Università attuale, impedisce anche di potersi laureare in anticipo, cosa che invece molti studenti un tempo erano liberi di fare perché non esistevano tutti i vincoli legati al numero massimo di crediti acquisibili in un anno accademico.

Credo che questa sperimentazione del Liceo in 4 anni non debba diventare l’unica modalità ma essere un’alternativa.

Dopo la chiusura delle classi del Piano nazionale informatico, che rispondevano alle richieste degli studenti che avevano la possibilità di apprendere in modo più rapido e veloce e quindi raggiungevano in meno tempo obiettivi più elevati,

questa riforma è uno spiraglio che si apre e che va sostenuto ed appoggiato.

Visto che è la presidente dell’Aistap pensa che questo decreto possa andare incontro alle esigenze dei nostri ragazzi e ragazze?

Sicuramente questa riforma va incontro ad una parte dei nostri associati, quelli più accademici, con una forte motivazione allo studio, perseveranti, con una forte passione ed obiettivi chiari.

L’idea del Ministro Fedeli di sperimentare modelli diversi, in quanto ogni scuola dovrà presentare un proprio piano di offerta formativa con relative modalità di attuazione, unita all’istituzione di commissioni composte, come ci auguriamo, di persone esperte ed illuminate,

potrà mettere “sul piatto” diverse modalità di insegnamento e verificarne l’efficacia così come ogni buona sperimentazione dovrebbe fare.

Aggiungo che la sperimentazione prevede sempre una valutazione all’ingresso, un follow up con eventuali misure di aggiustamento per poi poterne valutare l’efficacia.

Troppo spesso le sperimentazioni in Italia nell’ambito scolastico sono rimaste tali perché non vi era un vero e proprio organo di controllo che ne valutava l’efficacia.

L’INDIRE ha sempre svolto con grande professionalità il suo lavoro di controllore ma credo che adesso si debba andare al di là dei singoli interessi e pensare anche a valorizzare il Capitale Umano del nostro Paese.

Questa è la vera inclusione: dare ad ognuno ciò di cui ha bisogno.

Ma sino ad ora l’inclusione è stata vista come una sorta di allineamento verso una media che non è possibile e mai sarà possibile raggiungere,

perché gli studenti ed i loro bisogni sono diversi e solo accettando la diversità di ognuno, in qualunque modo essa si manifesti, si potrà raggiungere un modello di scuola veramente inclusivo.

Vede delle criticità? Se si quali sono e come dovrebbero essere modificate?

Il nodo da affrontare più importante, considerato che le Indicazioni Nazionali esistono già e sono ben articolate, è l’aspetto della valutazione.

Gli attori sulla scena qui sono principalmente due: i docenti ed i discenti. I docenti che dovranno affrontare questo percorso dovranno essere adeguatamente preparati ed avere ben chiaro il modello di intervento e la strutturazione delle lezioni che la scuola intende sperimentare nella classe prescelta.

Non tutti i docenti sono preparati a fare questo e forse alcuni sono anche profondamente contrari a questo tipo di scelta.

Starà quindi al Dirigente il duro compito di scegliere con grande oculatezza il corpo docente che si occuperà della classe sperimentale,

altrimenti questo potrebbe portare ad un fallimento della sperimentazione che non è causato dal fatto che 5 anni sono meglio di 4,

ma da una non adeguata preparazione o una convinzione un pò vacillante.

E’ molto probabile che gli studenti che sceglieranno di frequentare il liceo in 4 anni siano studenti preparati, organizzati,

che hanno voglia di studiare ed hanno una forte motivazione oltre ad almeno un buon livello cognitivo che gli consente di essere rapidi e di apprendere velocemente.

Ma tutti questi fattori andrebbero valutati a priori, considerati anche i numeri molto bassi di cui si parla (al massimo 3000 studenti).

Questa valutazione a priori aiuterebbe a meglio comprendere perché uno studente non è riuscito a stare al passo o ha fallito.

Non basta il voto di uscita dalla scuola secondaria di 1° grado: troppe le differenze di valutazione tra le scuole, dove un 10 in una scuola equivale ad un 8 in un’altra.

Se si parla di sperimentazione, è una cosa seria e come tale va affrontata.

Quindi anche gli studenti andrebbero valutati sotto tanti punti di vista all’ingresso per avere un quadro più preciso di quali siano le caratteristiche di chi riesce o di chi invece fatica o non ce la fa.

In moltissimi paesi questa è una prassi, da noi invece accade solo in alcune realtà, mentre sapere quali siano le caratteristiche di chi “cede il passo” potrebbe essere anche di aiuto per meglio comprendere quali siano gli elementi da considerare quando uno studente abbandona la scuola.

Ma questo è un discorso molto più ampio, che meriterebbe uno spazio specifico di approfondimento.

Scuola e plusdotazione due mondi che si scontrano. I nostri ragazzi a dispetto dell’inclusione scolastica che è il fiore all’occhiello della nostra Istruzione vengono isolati e non capiti. Cosa bisognerebbe fare e cosa sta facendo l’Aistap per aiutare i ragazzi, le loro famiglie ma anche il mondo scuola?

Riformulerei la frase iniziale con “scuola e plusdotazione: due mondi che stanno imparando a conoscersi”.

Gli studenti brillanti, con una marcia in più, che capivano tutto al volo e che ottenevano li massimo dei risultati con poco sforzo sono sempre esistiti e non sono certo una scoperta moderna.

Personalmente sposterei il modo in cui viene visto questo “problema”, che di per sé tale non è.

Per brevità, non potendo in poche righe spiegare in maniera esaustiva il “mondo” della plusdotazione, direi che la situazione è complessa ed articolata.

Nella mia ormai lunga esperienza, che non si è limitata all’Italia ma posso dire si è estesa all’Europa ed in parte agli Stati Uniti, mi è capitato di incontrare ormai migliaia di studenti plusdotati, che hanno quindi elevate capacità cognitive e/o un talento specifico in un’area.

Limitandoci anche solo alla nostra esperienza di Associazione, all’interno abbiamo molti studenti che hanno vissuto, specialmente all’inizio del loro percorso scolastico, qualche momento di difficoltà, così come può capitare anche ad altri studenti per altri motivi.

Ma dalla loro parte hanno anche buone capacità relazionali, forte motivazione, una struttura di personalità equilibrata ed una forte passione che ha permesso loro di adattarsi, non in modo passivo, all’ambiente che li circondava.

Hanno anche avuto la fortuna di incontrare in alcuni momenti del loro percorso insegnati che li hanno compresi e valorizzati, altre volte no.

In altri casi è stato necessario cambiare scuola perché l’ambiente era ostile, per ottenere poi un totale cambiamento ed una maggiore serenità.

Come accennavo prima, in Italia l’inclusione è vista come un modo per aiutare i più deboli a non sentirsi diversi, cosa assai meritevole ma che esclude invece chi ha alcune peculiarità e caratteristiche che di per sé non sono un problema ma che lo diventano quando lo studente tende ad intervenire troppo,

finisce presto i compiti assegnati ed volte disturba perché non sa cosa fare, non termina quanto assegnato perché troppo ripetitivo e così via.

Tutto questo va poi ad intersecarsi con le caratteristiche di personalità del singolo:

la sua motivazione, il senso del dovere, il desiderio di far bene comunque ed il carattere, che può essere più o meno socievole e tollerante.

Inoltre, vi sono poi le situazioni di studenti che hanno esigenze particolari in quanto dislessici e plusdotati o che presentano altri tipi di doppie eccezionalità.

Per rispondere alla domanda, credo che vi debba essere più collaborazione tra scuola, studente e famiglia, dove ognuno svolge il proprio ruolo e dove vi è ascolto reciproco.

Da un lato la scuola dovrebbe cercare di andare incontro, per quanto possibile, alle esigenze anche di questi studenti;

gli studenti dovrebbero dal canto loro non pensare che tutto il mondo si deve adattare a loro ma che vi dovrebbe essere uno scambio reciproco

e dall’altro lato la famiglia dovrebbe cercare di andare incontro non solo alla scuola ma ascoltare di più i propri figli per capirne anche le difficoltà e le debolezze,

che non c’entrano con la plusdotazione ma fanno parte delle caratteristiche di ogni persona.

In altre parole, ognuno dovrebbe assumersi le sue responsabilità, ma evitando di crearsi eccessive aspettative su persone che sono ancora in fase di crescita e di sviluppo e con le quali si lavora sul qui ed ora,

in attesa di vedere che direzione prenderanno.

Questo è quello che cerchiamo di trasmettere e di fare con le famiglie della nostra Associazione: dialogo con la scuola, attenzione ai bisogni del singolo ed ai suoi ritmi, ascolto della famiglia.

La plusdotazione non è una patologia ma una neurodiversità che si può manifestare in tanti modi diversi.

Non si possono quindi spiegare gran parte dei comportamenti, adattivi o disadattivi, dicendo che “è così perché è plusdotato”.

Sarebbe una semplificazione non corroborata dai dati scientifici. Il discorso è molto più complesso e delicato.

Con l’attuale legislazione come può la scuola e come possono gli insegnanti accogliere e rispettare i nostri ragazzi?

Non vi è una Legge specifica per questi studenti, come in altri paesi europei dove esistono leggi o raccomandazioni.

Non sono neanche convinta che una Legge possa colmare un vuoto di conoscenza sul tema che permea la scuola italiana, che si troverebbe ad affrontare situazioni di cui non conosce nulla.

Sicuramente l’apertura di un tavolo di lavoro e di confronto potrebbe portare a delle Linee guida nazionali frutto del lavoro di un gruppo di esperti sul tema e all’apertura di un dialogo e ad un confronto.

Esistono inoltre altre modalità di attuazione di interventi che potrebbero essere discusse nelle sedi opportune.

La scuola dovrebbe formarsi sul tema, con persone esperte sul tema e portare avanti una progettualità pluriennale per consolidare quanto appreso, sempre nella logica della sperimentazione.

Avrebbe delle strategie da suggerire agli insegnanti che sono alle prese con uno studente plusdotato?

Sono molte le strategie che si possono mettere in atto ma la prima cosa che farei è chiedere al Dirigente scolastico di fare un corso di formazione sul tema e leggersi qualche libro della letteratura anglosassone.

E poi… imparare ad ascoltare gli studenti, parlare con loro quando è possibile, e laddove si ravvisi una situazione in cui uno studente dimostra di essere più avanti degli altri, costruire insieme un piano di lavoro annuale.

Perché uno studente può avere un livello cognitivo superiore o molto superiore alla norma, ma di per sé questo non vuol dire nulla.

Me lo deve dimostrare mettendo in campo le sue risorse e le sue capacità. Come diceva von Foerster: “Se vuoi vedere, impara ad agire”.

Poi vi sono talenti che non sono scolastici e che quindi trovano solo fuori dalla scuola il loro spazio di espressione.

Ma la plusdotazione non è solo una performance, è un modo di essere e di vedere le cose.

Ma anche qui vi sono tante differenze individuali che possono essere in qualche modo classificate e fatte rientrare in una tassonomia.

Ma vanno capiti, ascoltati, così come tutti gli studenti. L’unica cosa è che hanno delle particolarità che non possono essere un problema da gestire ma una risorsa.

Laddove invece vi è un problema vero e proprio, come capita nella popolazione “normale”, si interviene in modo adeguato.

Ma pensare che essere plusdotati sia un problema, che siano tutti isolati e incompresi… mi fa pensare che siamo ancora nel medioevo rispetto alle conoscenze attuali.

Ringrazio la Dott.ssa Roncoroni per aver accettato la mia richiesta e,

spero, che questa intervista possa essere utile a genitori ed insegnanti per comprendere meglio i nostri figli e aiutarli nelle loro scelte.

 

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