DAD, sentiamo cosa ne pensa un’insegnante

In questo momento molto delicato in cui la didattica a distanza fatica a partire e a trovare una collocazione adeguata tra scuola e famiglia ho pensato di intervistare una professoressa per capire come la scuola vive questa situazione:

Tra le mie conoscenze, anzi preferirei dire nella mia famiglia allargata c’è una professoressa che ha gentilmente acconsentito a questa intervista,

Chiara è una professoressa di lettere e insegna nel triennio presso un Liceo Scientifico delle scienze applicate.
  • So che sei un’insegnante capovolta, ci puoi dire come organizzavi le lezioni prima e come sono adesso?

Più che capovolta nel senso stretto del termine, diciamo che ho sempre privilegiato una didattica attiva, che puntasse a coinvolgere i ragazzi nel processo di apprendimento, senza “sposare” in assoluto nessuna metodologia.

Le mie lezioni erano quindi molto varie: classiche spiegazioni frontali (utili soprattutto nelle introduzioni generali), visione di video, lavori di gruppo, discussioni su materiale da leggere a casa, esposizioni preparate dai ragazzi…

Da quando l’attività didattica in presenza è sospesa, continuo a lavorare attraverso piattaforme didattiche e lezioni in videoconferenza, con un orario ovviamente ridotto (3 ore su 4 alla settimana).

Ho una discreta competenza digitale, e già prima utilizzavo molto la LIM come supporto alle lezioni.

Inoltre ho da anni attive classi virtuali per la condivisione del materiale e l’assegnazione di compiti ed esercitazioni.

Questo ha sicuramente permesso un passaggio relativamente “soft”, per quanto almeno riguarda l’utilizzo di alcuni strumenti.

Per il resto, mi rendo conto di vivere una situazione privilegiata: insegno italiano nel triennio di un liceo scientifico delle scienze applicate, con alunni tendenzialmente selezionati, attrezzati e competenti a livello informatico.

Nessuno ha quindi problemi a seguire le lezioni online.

  • Cos’è cambiato con la didattica a distanza?

Rispetto al mio modo di insegnare, la DAD mi ha purtroppo costretto a ridimensionare – anzi, pressoché ad eliminare –  la parte più attiva e di coinvolgimento delle lezioni.

Impossibile far lavorare i ragazzi in gruppo, girare per i banchi osservando le dinamiche, sedersi con loro per guidarli nello svolgimento.

Anche il momento di restituzione alla classe del lavoro e di confronto, fondamentale per la costruzione di conoscenze e competenze condivise, viene a mancare.

Difficile perfino impostare un dibattito serio e partecipato, quando vedi i tuoi compagni come cerchietti sullo schermo (spesso lasciamo le webcam spente per migliorare la connessione).

Di contro, avendo meno ore di lezione, ho potuto assegnare più lavori in autonomia e ho curato meglio alcune pratiche di solito trascurate: abbiamo ad esempio fatto molte esercitazioni di scrittura, con un minuzioso lavoro di correzione – restituzione – modifica – riconsegna che spesso i ritmi serrati e la necessità impellente di valutazione che caratterizzano la scuola “normale” non permettono.

  • Secondo la tua esperienza un’insegnante che gestiva le lezioni con il metodo frontale può aver avuto dei problemi con questa nuova metodologia?

Non penso. Anzi, al contrario.

La DAD ha ridotto quasi esclusivamente a lezioni frontali anche il lavoro di insegnanti con metodologie meno tradizionali.

Questo è quello che di fatto avviene: ti metti di fronte al PC e parli.

Io all’inizio ho provato a gestire le videoconferenze come lezioni normali, ma è stato abbastanza fallimentare.

In classe li guardi in faccia, solleciti gli interventi, loro sono assolutamente più pronti a rispondere.

Online dopo la domanda tende a calare il silenzio… e io mi sono un po’ stancata di pregarli di intervenire: pian piano ho rinunciato.
  • Molte scuole e molti insegnanti non erano pronti a questo impatto, pensi che questo abbia inficiato sulla didattica e sulla gestione della classe?

Sicuramente.

Non possiamo negare che le competenze digitali degli insegnanti italiani siano tendenzialmente basse, e che molte scuole ancora oggi abbiano una dotazione tecnologica al di  sotto degli standard minimi, sia in termini di software sia in termini di hardware.

Ho visto scuole impossibilitate a comunicare con i propri studenti, perché nemmeno il registro elettronico era stato attivato, non parliamo di piattaforme condivise.

Ho visto colleghi davvero in difficoltà nel gestire sistemi di connessione, nel digitalizzare il proprio lavoro, nel modificare anche sostanzialmente la struttura delle loro lezioni.

E non dimentichiamo che tutto questo è avvenuto repentinamente, da un giorno all’ altro, senza un minimo di preavviso che permettesse di attrezzare le scuole e formare i docenti.

Molte famiglie penso abbiano toccato con mano le difficoltà che la scuola ha oggettivamente evidenziato in questa situazione, in cui molti nodi passati (dalla cronica carenza di fondi alla mancanza di pratiche innovative nella didattica) sono inevitabilmente venuti al pettine.

Ma spero abbiano anche apprezzato l’impegno e l’abnegazione con cui molti docenti, spesso di propria iniziativa personale, hanno portato avanti al meglio il loro lavoro in una situazione così critica.

Una cosa è certa: il Covid-19 ha fatto fare alla scuola, in campo digitale, quello che in tempi normali avrebbe richiesto anni e anni.

Almeno usciremo da questa pandemia con una classe docente formata (per forza di cosa) all’ uso di strumenti informatici per la didattica.

  • Pro e contro della didattica a distanza

Guarda, dopo più di due mesi di DAD, d’impulso mi verrebbe da dire: nessun pro, solo contro.

Questo perché siamo stati catapultati di necessità e senza preparazione in una situazione che di normale ha davvero poco, e a cui non sono date al momento alternative possibili.

I contro sono evidenti: la mancanza del rapporto personale e delle relazioni sociali (assolutamente, sopra tutto il resto, impagabile), le limitazioni alle attività da proporre (pensiamo anche solo alle uscite didattiche),

la difficoltà nello stabilire nuovi modi equilibrati per verificare e valutare.

Mi sforzo però di individuare alcune cose positive che questa esperienza mi ha insegnato e mi può lasciare per un futuro – spero prossimo – in cui torneremo in classe.

Innanzitutto mi ha fatto rendere conto che spesso sottoponiamo i ragazzi a carichi di lavoro assurdamente pesanti, sia a scuola sia a casa, creando inutile stress e il proverbiale odio degli studenti italiani per la scuola.

In DAD ho ridotto drasticamente il programma, ho proposto verifiche meno pressanti e magari un po’ alternative, ho dato valutazioni spesso solo formative.

Ma – sorpresona – i risultati in termini di impegno e competenze raggiunte non sono stati minori, anzi! Fare meno, fare meglio: si può.

In secondo luogo, la DAD ha dato la possibilità a una mia alunna con gravi problemi di salute, che da anni fa scuola domiciliare, di seguire le lezioni con i compagni, e di svolgere il loro stesso percorso.

Mi sono mangiata le mani per non aver pensato prima a questa soluzione, ma di sicuro da adesso in poi, anche dall’aula, le mie lezioni saranno in videoconferenza per permettere anche a lei di collegarsi.

Infine mi sono resa conto che la DAD (certamente meglio pensata e organizzata in una situazione diciamo di normalità, non in questa situazione di emergenza) permette una personalizzazione e un’individualizzazione dei percorsi sicuramente maggiore che la scuola in presenza.

E’ potenzialmente più duttile in termini di orari e di modalità, si possono organizzare lezioni diverse per gruppi diversi, permettere ai ragazzi di seguire meglio ritmi e interessi personali.

Prevedendo anche delle attività asincrone (cioè non videolezioni ma lavoro da volgere in autonomia) è più facile assegnare compiti e approfondimenti diversificati per argomento e complessità.

Una mia alunna si avvale quest’anno dell’abbreviazione per merito: avendo cioè risultati di eccellenza può sostenere l’esame di maturità al termine della quarta e non della quinta, che però deve fare praticamente da sola, studiando il programma di tutte le materie.

Da quando siamo in DAD, avendo avuto cura di evitare troppe sovrapposizioni, ha però avuto la possibilità di seguire tutte le videolezioni di quinta, con grande vantaggio per la sua preparazione.

  • Cosa è cambiato nella gestione dei ragazzi e del gruppo classe con la didattica a distanza?

Qui voglio essere sincera.

Chi già prima gestiva bene la classe e, soprattutto, era riuscito a creare un buon rapporto di fiducia e collaborazione con gli studenti, non ha avuto grossi problemi nel continuare a lavorare.

In una situazione, ricordiamolo, in cui non è possibile tenere ufficialmente il conto delle assenze, in cui già si sa che la promozione è assicurata, in cui se ti voglio interrogare ma tu non ti connetti dall’altra parte io non posso fare nulla.

Fiducia e responsabilità sono le uniche chiavi da usare.

Certo non tutti gli insegnanti in presenza hanno costruito questo tipo di feeling, non per forza per incompetenza ma anche solo per un modo diverso, forse un po’ più antico, di intendere il rapporto docente/discente.

Allora qualche intoppo c’è stato, inutile negarlo.
  • Quanto è difficile ora creare una routine e rispettate i bisogni di tutti gli alunni?

In questa situazione di emergenza, la differenza l’ha sicuramente fatta la singola scuola, quando non il singolo consiglio di classe.

Qualcuno si è organizzato fin da subito, nel rispetto dei ritmi e delle difficoltà dei ragazzi.

Il mio istituto ha adottato una piattaforma comune, ha imposto una riduzione del monte ore di circa il 50% e indicato una fascia definita per le videolezioni (dalle 9 alle 12).

Altri hanno scelto strade diverse, o purtroppo non hanno scelto proprio, lasciando all’iniziativa dei singoli docenti l’organizzazione di questa fase così delicata.

Ovvio che sono sorti moltissimi disguidi.

Sui bisogni degli alunni, come ho detto sopra, una DAD non improvvisata potrebbe risultare forse anche più efficiente della didattica in presenza.

Non possiamo però far finta di nulla: il risultato più immediato di questa forzata sospensione è stato un passo indietro nelle pratiche di inclusione soprattutto degli studenti più deboli e svantaggiati.

Difficile gestire online molte disabilità, difficile applicare gli strumenti compensativi e dispensativi previsti nei PDP.
Non c’è stato il tempo di attrezzarsi, di sperimentare, di capire.

Chiudo però con una nota positiva: i miei alunni, che vanno da 16 a 19 anni, in linea generale apprezzano questo tipo di modalità.

Più tempo libero per organizzare lo studio a loro piacimento, un carico di lavoro sicuramente meno gravoso.

Ma ammettiamolo, i più graditi sono aspetti non prettamente didattici ma altrettanto importanti per il loro benessere psicofisico: la sveglia che suona dopo, la possibilità di seguire le lezioni sdraiati a letto magari in pigiama, di muoversi liberamente, di distrarsi o sbadigliare durante una spiegazione senza essere sotto l’occhio impietoso dei prof.

Una modalità di apprendimento insolita, ma non troppo: basta guardare come sono organizzate le aule finlandesi… chissà che anche questo non ci serva da lezione!

Chi mi segue sa che mi piace sempre sentire le due parti coinvolte e penso che questa intervista possa aiutare molti di noi, genitori, insegnanti e perchè no, dirigenti ad avere un quadro più completo su come questa situazione possa trasformarsi in una lezione da sfruttare per costruire una scuola migliore.

 

 

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